le opere di misericordia

DICEMBRE - PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI

"Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese" (1 Tim 2,8)

La preghiera è mettersi in relazione con Dio, iniziando un dialogo fatto di domande e di risposte, di parole e di ascolto. E’ quello che fanno le Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento di Betlemme che, in una terra martoriata dalla guerra e dalla morte, pregano ogni giorno, 24 ore su 24, per tutti gli uomini e ogni uomo. Lo fanno adorando il Santissimo all’interno della Grotta del Latte, i cui lavori di restauro, ai quali ha contribuito anche Cor Unum, sono terminati nel 2007. La storia vuole che San Giuseppe, avvertito da un angelo del pericolo che incombeva sul Bambino e della necessità di trasferirsi in Egitto, si mise subito a fare i preparativi per il viaggio e sollecitò la vergine che stava allattando. Alcune gocce, nella fretta, caddero a terra e la roccia da rosa divenne bianca.

Il cuore della preghiera è riporre la propria vita in Dio. San Giovanni Damasceno scriveva: “La preghiera è elevazione dell’anima a Dio”. Il primo momento della preghiera è l'incontro con Dio, ed il secondo è l'ascolto di Dio.

Nel Nuovo Testamento la vita di Gesù è scandita dalla preghiera, e lo stesso Gesù ha insegnato ai discepoli e agli uomini la preghiera più bella, il “Padre Nostro”. Essere una cosa sola con Cristo è pregare come Lui ha pregato intercedendo per gli altri. Il compito del cristiano è quindi pregare invocando lo Spirito Santo per le necessità degli altri, per le loro sofferenze, le loro tribolazioni,  le loro ribellioni, ma soprattutto per la loro salvezza. In questo contesto di comunione si inserisce la necessità di pregare non solo per i vivi, ma anche per i morti. Si tratta di realizzare la comunione dei santi che apre il cuore alla speranza della vita futura.

 

“Non si può capire il potere che un'anima pura ha sul buon Dio. Non è lei che fa la volontà di Dio, è Dio che fa la sua” (Santo Curato d’Ars)

DICEMBRE - ACCOGLIERE I FORESTIERI

"Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo" (Eb 13,2)

Nel mettere in pratica la sua fede, il credente ospita il forestiero, così come Dio lo ospita nel mondo dandogli la vita e, nella sua misericordia, la salvezza eterna. Oggi i migranti sono al centro della storia dell’umanità: chiedono che a loro vengano aperte le porte, ma devono fare i conti i problemi che gli importanti flussi migratori pongono in chi è chiamato a ospitarli. Papa Francesco indica la strada da seguire, e nel discorso al Corpo diplomatico dell’11 gennaio 2016 ha richiamato sia le comunità ospitanti a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire, sia gli immigrati stessi, a rispettare i valori, le tradizioni e le leggi dei paesi di accoglienza.

Alle origini Dio rese ospitale ciò che era informe e deserto, il caos, per accogliere l’uomo creato a sua immagine e somiglianza e farlo vivere nel Giardino dell'Eden. Israele, poi, sperimenta la condizione di straniero soprattutto in Egitto, dove vive un tempo lunghissimo di schiavitù sotto l'ègida del faraone. Nel Nuovo Testamento Gesù sarà accolto o respinto, riconosciuto o negato dal momento del concepimento alla sepoltura. Maria infatti accetta di accogliere Gesù nel suo grembo per opera dello Spirito Santo. Al momento della nascita non c'è posto per lui nell'albergo, ma è accolto in una mangiatoia di pastori. Con la sua resurrezione Gesù Cristo restaura l’ospitalità di Dio  per l'uomo riaprendogli le porte del Giardino dell'Eden. L'ospitalità è dunque patrimonio genetico, non solo di Israele, ma di tutta l'umanità grazie a Cristo. Saranno beati coloro che sentendo bussare alla porta saranno pronti sempre ad aprire e troveranno il padrone che ritorna, allora si invertiranno i rapporti e sarà Egli stesso a servirli a tavola.

 

“Servite Gesù Cristo nei poveri, che devono essere sempre i nostri più cari fratelli. E questo si faccia con spirito di amore a Gesù Signore Nostro” (San Luigi Orione)

NOVEMBRE - PERDONARE LE OFFESE

"Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati" (Sir 28,2)

Nel suo significato etimologico il perdono è l'espressione di benevolenza e di gratuità da parte di colui che, annullato ogni risentimento e desiderio di rivalsa verso chi lo ha offeso, si apre generosamente alla possibilità di un nuovo rapporto. Con il perdono l'offesa ricevuta è cancellata e dimenticata. Padre Olivier-Marie, che racconta la storia di Maria Maddalena nel filmato, ha scelto la vita monastica della Grotta de La Saint Baume, in Provenza, per aprire, a chiunque lo chieda e abbia la costanza di raggiungerlo, il perdono di Dio.

Nell'Antico Testamento il perdono è presente fin dalle origini quando il Signore, pur castigando Adamo ed Eva, li perdona, dando loro un'altra opportunità. Gesù Cristo ha messo il perdono come cardine del suo insegnamento: a Pietro che gli domanda se si deve perdonare fino a sette volte, numero simbolico che indica “molto”, risponde che si deve perdonare non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette, cioè sempre. Tutto l'insegnamento di Gesù sul perdono è poi riassunto e messo in pratica  nelle ultime parole che egli pronuncia verso coloro che lo stanno inchiodando alla croce: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno"(Lc 23, 34). Dimentico delle sue sofferenze Gesù perdona e prega per coloro che lo crocifiggono, immagine vivente dell'amore misericordioso che invita ogni uomo al perdono. Perdonare le offese coinvolge il cuore e la parte più profonda dell’animo umano: è il trionfo della misericordia sulla vendetta, della pazienza sull'impazienza, del coraggio sulla viltà; è la vittoria dell'amore di Cristo che copre il peccato dell'altro perché tutto scusa sull'opera del demonio che vuole separare gli uomini l'uno dall'altro seminando zizzania.

 

“Sappiamo che se vogliamo amare veramente, dobbiamo imparare a perdonare. Perdonate e chiedete di essere perdonati; scusate invece di accusare. La riconciliazione avviene per prima cosa in noi stessi, non con gli altri. Inizia da un cuore puro” (Santa Teresa di Calcutta)

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OTTOBRE - SEPPELLIRE I MORTI

"Figlio, versa lacrime sul morto, e come uno che soffre crudelmente inizia il lamento; poi seppelliscine il corpo secondo il suo rito e non trascurare la sua tomba"

(Sir 38,16)

La cultura della sepoltura ha le sue radici nella credenza di una vita dopo la morte. I simboli, i riti ed i luoghi della sepoltura esprimono la cura ed il rispetto per i defunti. Vale anche oggi quanto affermava il greco Pericle: "Si giudica un popolo dal modo in cui seppellisce i propri morti". Per secoli, nello spirito dell’Antico e del Nuovo Testamento, i defunti sono stati accompagnati all’ultima dimora con i rituali più vari, ma tutti espressione della dignità e sacralità del corpo. Nel periodo post-apostolico i credenti hanno continuato a praticare la sepoltura dei morti, allo scopo di rendere pubblica la propria fede nella resurrezione. Infatti la concezione cristiana della persona è caratterizzata dalla convinzione che Dio "in modo mirabile ci ha creati… e in modo più mirabile ci ha redenti" come si recita in una orazione della Veglia pasquale. La fede cristiana afferma che l’uomo non scompare nella morte, ma viene trasformato da Dio in una nuova creazione. La speranza del cristiano davanti alla morte deriva dalla promessa di Cristo: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv 11,25-26). Nel corso della storia del cristianesimo, la cura per i morti è sempre stata considerata un atto d’amore. Oggi l’atteggiamento nei confronti della vita e della morte è cambiato, l'uomo è quasi incapace di guardare in faccia la morte. Il Catechismo della Chiesa Cattolica invita l'uomo moderno a recuperare il significato profondo della morte e l'importanza della sepoltura: “I corpi dei morti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale; rende onore ai figli di Dio, tèmpli dello Spirito Santo”(C.d.C. 2300). Il cristiano ha la certezza che il Padre "prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini" (Gaudium et Spes, 39).

 

“Nostra speranza e nostra fede è la risurrezione dei morti. Essa è anche il nostro amore. Se togliamo la fede nella risurrezione dei morti, crolla tutta la dottrina cristiana” (Sant’Agostino)

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SETTEMBRE - CONSIGLIARE I DUBBIOSI

Consigliare i dubbiosi

"Ti farò saggio, t'indicherò la via da seguire; con gli occhi su dite, ti darò consiglio" (Sal 31,8)

Il consiglio è la strada che porta alla conoscenza della verità e la verità conduce a Dio. Un buon consiglio nasce dal volere il bene dell'altro e deve essere guidato da una ispirazione divina. Nel mondo di oggi, ogni giorno appaiono maestri di ogni genere che sanno tutto su tutto e su tutti. Tali maestri hanno un ascendente particolare sui giovani ai quali mostrano un'immagine della vita accattivante, ma poco veritiera, facendo leva su un falso concetto di libertà. Nascono così nel cuore dell'uomo dubbi su molti fronti ed in particolare sull'amore e sull'esistenza di Dio. Dio appare come  colui che non permette all'uomo di seguire le proprie inclinazioni e di fare ciò che desidera. Allora che fare? Chi ascoltare? Nella Scrittura è delineata la figura del saggio, come colui che consiglia i dubbiosi. Il saggio non è di per sé né capo, né sacerdote, né maestro, ma è colui che conosce ed ha esperienza delle cose di Dio. E’ un testimone. Oggi però si vive nella cultura distorta del dubbio. Ma proprio nel dubbio è buona cosa ascoltare i consigli di quegli uomini o donne di Dio, maturi nella fede, che Egli ci mette accanto. Il vero consigliere è colui che retto nel suo agire, illuminato nel parlare, svela le cose del cielo. Egli si rivolge a Dio per ottenere una luce interiore ed illuminare gli uomini. Il consigliere per eccellenza è Cristo, nel quale si è realizzata la profezia di Isaia. E’ Lui infatti colui “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). E Gesù ai suoi discepoli ha rivelato la via che conduce al Padre e ha dato loro consigli su come percorrerla. Allora consigliare qualcuno significa preoccuparsi dell'altro, sostenerlo nella ricerca della verità e aiutarlo a trovare risorse utili per prendere una decisione. Il primo frutto della scelta fatta secondo la volontà di Dio sarà la pace del cuore; il secondo sarà ricevere la benedizione del Signore riservata al giusto.

 

“Ciascuno si fondi saldamente su questa verità, che l’insegnamento di Gesù Cristo non può mai ingannare, mentre la dottrina del mondo è sempre ingannevole” (San Vincenzo de’ Paoli)

 

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AGOSTO - SOPPORTARE LE PERSONE MOLESTE

Sopportare pazientemente le persone moleste

"Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore" (Ef 4,1-2)

La pazienza è un esercizio che procura la salvezza e la felicità eterna. Essa appare in tutto il suo splendore negli atteggiamenti di Dio. E’ così fin dall'origine della storia della salvezza, quando Dio chiama Abramo e gli fa una promessa mettendo in moto un processo che avrà bisogno di un tempo lunghissimo per giungere alla sua realizzazione. La pazienza insegna a soffrire in silenzio, a sopportare tutto ciò che non piace come avvenimenti e comportamenti spiacevoli. La pazienza cresce e si rafforza riposando in Dio e nella sua volontà, nell'aspettare i suoi tempi. Oggi l'accelerazione della vita e lo sviluppo della tecnologia portano l'uomo a ritenere che la pazienza non sia necessaria, perché sembra che sia meglio avere tutto subito. Il concetto del tempo è cambiato. Non ci sono più tempi di attesa lunghi, è sufficiente un clic sul cellulare e in un momento  si può raggiungere qualsiasi parte del mondo in tempo reale. Ma per il cristiano non è così. Armato di pazienza il cristiano è invitato a sopportare con pazienza le persone moleste. Chi sono le persone moleste? Quelle che istintivamente suscitano un disagio, un fastidio, legato al loro modo di fare ai loro difetti, vizi e cattive abitudini. Moleste possono essere anche le persone della propria famiglia che a volte hanno la capacità di disturbare, annoiare e distogliere dalle proprie occupazioni, con richieste varie di aiuto, racconti ripetitivi di aneddoti, comandi e quant'altro. Occorre allora ricordarci di quanto il Signore è stato paziente con noi. La pazienza infatti è un riflesso della pazienza di Dio che si ottiene con l'esercizio  del dominio di se stessi, dei propri impulsi, delle proprie reazioni, evitando la prepotenza, l’arroganza, l’insofferenza  e l’indifferenza.  La pazienza è un frutto dello Spirito Santo, che a sua volta produce la speranza, che è la certezza della vita eterna.

“Non dire: quella persona mi secca. Pensa: quella persona mi santifica” (san Josemaría Escrivá, Cammino, 174)

 

VISITARE I CARCERATI

"Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” (Gen 4,15)

La misericordia biblica sana gradualmente la dignità dell'uomo ferita dal male commesso e riabilita al bene. La dignità è connaturata all'uomo, grazie all'impronta divina impressa da Dio al momento della creazione. L'uomo e la donna creati ad immagine di Dio hanno ricevuto in dono la libertà e l'immortalità, pertanto la dignità della persona non può essere sminuita, né deprezzata anche nel caso in cui avesse commesso il peggior male. Nell'Antico Testamento l'episodio del primo omicidio ci mostra l'agire di Dio nei confronti dell'uomo peccatore. Caino uccide il fratello Abele per invidia, e la violenza fa irruzione nella storia. Caino lavorerà la terra, ma questa non darà frutti  e quindi la pena per il suo peccato sarà il fallimento, l'umiliazione, la sconfitta e la paura. Ma Dio lo difenderà imponendogli un segno sulla fronte affinché nessuno possa toccarlo. La storia di Caino è un paradigma sul corretto atteggiamento da assumere nei confronti di chi ha commesso una colpa, come il carcerato. La giustizia deve guidare alla comprensione del bene, che è l'opposto del male. Oggi il carcere versa in condizioni non molto dissimili dall’antichità. La popolazione carceraria è molto varia. Moltissime di queste persone non hanno nessuno che li vada a trovare e che abbia pietà di loro. L'atto di visitare i carcerati riveste quindi particolare importanza, perché il carcerato ha bisogno di qualcuno che lo ascolti, senza giudicarlo per la colpa commessa, e che lo aiuti a gettare l'ancora verso un futuro alla luce del perdono di Cristo. La speranza aiuta a guardare a quel Gesù che innocente e giusto ha provato nel carcere lo stesso dolore, la stessa angoscia, Egli che aveva annunciato nella sua missione di essere venuto “per proclamare ai prigionieri la liberazione . . . per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” ( Lc 4, 18-19). Gesù guarda alla persona e non al peccato commesso, guarda al cuore e cancella la malizia del peccato, dando la possibilità di redimersi.

"La misericordia si manifesta nel suo aspetto vero e proprio, quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forze di male esistenti nel mondo e nell'uomo" (San Giovanni Paolo II).

 

 

Luglio - Insegnare a chi non sa

"Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona (2 Tim 3,16)”

L'uomo riceve i primi insegnamenti da bambino, in seno alla propria famiglia. In questo luogo avviene la formazione del carattere della persona e si acquisiscono le basi del comportamento morale. L'amore per la libertà e la giustizia, per Dio e per il prossimo, per i genitori ed i maestri, la capacità di crescere nella propria dignità di persona. Dove ciò non accade – per problemi di carattere umano, sociale, culturale, economico – l’uomo cade vittima del peccato, e talvolta dell’abuso da parte di chi approfitta della sua debolezza. Come è accaduto e accade in Sri Lanka, dove migliaia di giovani e bambini sono vittime della prostituzione minorile e, in particolare, del turismo sessuale. La missione dei Salesiani di Don Bosco presente nel paese prova ad aiutarli a uscire da questa schiavitù, insegnando loro l’amore per la vita e accompagnandoli nel cammino di scoperta della propria dignità di persone. Insegnare significa ammaestrare nella fede ed indica pertanto un rapporto tra una guida ed il suo discepolo. L'insegnamento non è tanto un'istruzione, quanto un'esperienza fatta di parole e di eventi vissuti assieme, condivisi tra maestro e discepolo, come Gesù ha fatto con i discepoli e fa ogni giorno con ognuno di noi. È importante sottolineare questa dimensione di vita fatta d'interscambio tra maestro e discepolo, soprattutto è fondamentale lo stare con il maestro e camminare con il maestro. Gesù insegna con un linguaggio chiaro e comprensibile, usando storie ed esempi della vita di ogni giorno, che le persone possono capire. Ignorare quale sia il significato del nostro stesso vivere; ignorare quale sia il destino che alla fine ci aspetta; ignorare se la nostra venuta all'esistenza abbia un compimento di verità, sono questioni decisive per l'orientamento della vita dell'uomo. Qual’è allora la verità che la Chiesa insegna? Far conoscere all'uomo la sua vera identità e rivelargli l'amore di Dio manifestato in Gesù Cristo “il quale pur essendo di natura divina … spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini"(Fil 2,6-9). Gesù si fa amico di chi lo segue.

“Chiunque può sperimentare che nessuno può crescere bene nella scienza così come quando comunica agli altri ciò che egli sa”  San Tommaso d’Aquino

 

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Giugno - Vestire gli ignudi

"Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia" (Sal 30,12)

L’uomo, oggi, si trova spesso nudo. Nudo davanti alle proprie debolezze, al proprio peccato, e quindi di fronte a Dio; ma anche nudo di fronte agli altri, alla società che lo giudica. Nudo, perciò, è spesso chi ha perso la propria dignità di persona, perché la povertà o la mancanza di un lavoro lo ha spogliato della propria essenza. Ciò è particolarmente evidente nelle popolazioni afflitte dalla guerra, a causa della quale esse hanno dovuto abbandonare tutto, la propria casa, le proprie famiglie, i propri lavori, per fuggire da conflitti e persecuzioni. Oggi, questa è la nudità che colpisce le migliaia di migranti che dal (e nel) Medio Oriente scappano per trovare una nuova speranza di vita, ma che magari progettano per il domani di ritrovare la strada verso casa. In Giordania sono oltre 1,5 milioni quelli che sono stati costretti dalla crisi in Siria e Iraq a lasciare le loro abitazioni: ad essi il Santo Padre ha voluto regalare una dignità nuova, “rivestendoli” con la possibilità di iniziare un nuovo lavoro, per aiutare se stessi e, soprattutto, le loro famiglie. Si tratta del progetto “Giardino della Misericordia”, che sarà realizzato dalla Caritas Giordania presso il Centro di Santa Maria della Pace di Amman.

Il percorso dell'uomo dalla nascita alla morte è all'insegna della nudità. La vita inizia infatti con una nudità  e termina con una nudità. Nell’Antico Testamento la nudità si riferisce solitamente alla perdita della dignità umana e quindi al riconoscimento del proprio limite esistenziale. Ma il Signore, Dio misericordioso e ricco di grazia, che si preoccupa della creatura fatta a sua immagine, procura all’uomo e alla donna delle tuniche di pelle e li riveste. Dio li aiuta a coprire la loro fragilità, ricordando, con questo gesto, che Egli è Padre e che sempre si prende cura dei propri figli. Le tuniche di pelle sono immagine della promessa per un futuro ritorno alla dignità vera dei figli di Dio. Rivestiti della veste di figli di Dio siamo chiamati anche noi a rivestire gli ignudi, non dando ai poveri i vestiti dismessi o passati di moda, ma dando loro ciò che abbiamo di più bello, rivestendoli con la stessa carità con cui Cristo ha rivestito noi. Vestire gli ignudi, perciò, è promuovere la persona nella sua integralità.

“Quante volte ho intravisto Gesù nei poverelli! Dobbiamo trattarli come nostri padroni” San Luigi Orione

 

Maggio - Visitare gli infermi

"Beato l'uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera" (Sal 40,1)

La realtà del malato è una realtà che implica la considerazione di tutta la sua persona nel percorso della sofferenza. E’ così ovunque, nei migliori ospedali dell’Occidente; è così nelle missioni che danno assistenza sanitaria in tutto il mondo, soprattutto nelle regioni più povere. Con la sua sola presenza il malato comunica un messaggio: chiede di essere accolto, compreso ed ascoltato. Ascoltare è tendere l'orecchio per udire. Strettamente collegato all'ascolto è il prestare attenzione. L'uomo che presta attenzione all'altro si rende ospitale, disponibile ad accogliere una amicizia, sensibile ai bisogni dell'altro. Essere disponibile permette all'altro di entrare, se lo spazio dell'uomo non è troppo affollato di pensieri. Si tratta quindi di operare una rimozione di tutto ciò che distoglie dall'ascolto e questo comporta rinunciare a qualcosa. Pertanto le caratteristiche dell'approccio al malato da tenere presenti nel momento in cui ci si accinge a visitarlo sono l'ascolto, il fare silenzio dentro di sé, il prestare attenzione, l'essere disponibile. Ma tutto questo deve essere accompagnato dalla tenerezza, come ci ricorda Papa Francesco nella XXII Giornata del malato: "Bisogna crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata avendo fisso lo sguardo su Maria madre di Cristo e di tutti i sofferenti...dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso. Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità. Siamo posti in tal modo dinanzi al mistero dell’amore di Dio per noi, che ci infonde speranza e coraggio: speranza, perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale; e coraggio, per affrontare ogni avversità in sua compagnia, uniti a Lui". La tenerezza verso il malato è la tenerezza per Cristo sofferente sulla croce che condivide il dolore con il malato. Il malato ha soprattutto bisogno di amore, perché la sua condizione lo rende particolarmente povero. E’ l’insegnamento che viene dalla parabola evangelica del Buon Samaritano (cfr. Lc 10).

“Nelle persone ammalate o sofferenti, dobbiamo scorgere Gesù inchiodato in croce e non un parassita o un membro improduttivo” Santa Faustina Kowalska

 

Aprile - ammonire i peccatori

“Tu hai il dovere di avvertire il malvagio, affinché cambi vita. Se non l’avverti, egli morirà per le sue colpe; ma, per me, tu sarai responsabile della sua morte” (Ez 33, 8).

Cadere nel peccato non capita ai cattivi: cadere nel peccato capita a tutti. Lo racconta – con la sua vita – Paolo Zanni, per anni tossicodipendente, spacciatore, alle spalle l’esperienza del carcere, nel film cortometraggio “Il grido”. Paolo viene salvato dalla misericordia di Dio e dall’opera di Chiara Amirante e della Comunità Nuovi Orizzonti. Come ha detto il Santo Padre Francesco nell’udienza del 10 settembre 2014, “tutti abbiamo la capacità di peccare e di fare lo stesso, di sbagliare nella vita”, ma “la misericordia supera ogni muro, ogni barriera, e ti porta a cercare sempre il volto dell’uomo, della persona. Ed è la misericordia che cambia il cuore e la vita, che può rigenerare una persona e permetterle di inserirsi in modo nuovo nella società”. Nel Nuovo Testamento Gesù istituisce una e vera propria prassi della correzione fraterna all'interno di una comunità di credenti: "Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano"(Mt 18,15-17). Il fondamento della correzione è la carità. La carità si impara da Dio  che si muove verso l'uomo in prima persona. Infatti è Dio stesso, nel libro della Genesi, che va a vedere di persona cosa succede a Sodoma e Gomorra. Come Dio, il cristiano va incontro all’altro, non con la presunzione o la superiorità, ma con il desiderio di accompagnarlo nell’incontro con la persona di Cristo, che crea una umanità nuova.

"Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso" Sant’Ambrogio

 

Marzo - Consolare gli afflitti

“Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4).

L’Iraq è una terra che non trova pace. L’instabilità politica, la persecuzione religiosa, il terrorismo islamista del Daesh “affliggono” gli uomini e le donne e sfibrano la sua popolazione nel corpo e nell’anima. Sono colpite in particolare le comunità cristiane, che hanno trovato rifugio nella regione autonoma del Kurdistan e nella sua capitale Erbil.

Tuttavia, la speranza della consolazione che viene da Dio aiuta gli uomini a rimanere saldi nella fede e a rinascere nella carità.

Consolare è la predisposizione d'animo ad alleviare una pena ridonando la gioia della speranza in Dio, che ha il potere di soccorrere, ricostruire la persona e salvarla. Consolare significa “respirare” vicino e insieme ad un'altra persona, esprimendole così comprensione, compassione e vicinanza, e ridonandole la vita. Dio quando crea l'uomo alita su di lui e gli dona lo spirito vitale e allo stesso modo quando Gesù sta sulla croce china il capo ed emette il suo spirito in basso verso sua madre, Giovanni e tutti coloro che sono intorno a Lui. Effonde così il suo spirito di consolazione sulla Chiesa afflitta.

Molti mali sulla terra generano afflizione: violenza, ingiustizia, oppressione, come lo fu la schiavitù di Israele in Egitto. Il popolo di Israele ormai scoraggiato davanti ad una condizione, apparentemente senza soluzione umana, grida cercando una risposta divina di consolazione e conforto e il “Dio di ogni consolazione” ascolta il suo popolo e lo salva. La consolazione di Dio, quindi, è paragonabile al principio di una nuova creazione.

Dio, consolando ricrea, perché fa passare da una situazione di morte ad una di vita, da una situazione di schiavitù ad una di libertà.

 

“Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre Misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi, consolarequelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizioni con la consolazione con cui siamo stati consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1, 3-4)

Il video illustra un progetto in un campo profughi ad Erbil, Kurdistan iracheno, coordinato da organismi caritativi cattolici. E' stato collocato nel Padiglione della Santa Sede a Expo Milano.

 

Febbraio - Dare da bere agli assetati

 “Avevo sete e mi avete dato da bere” (Mt 25, 35)


Nel 2030 sembra che oltre 3 miliardi di persone soffriranno per la mancanza di acqua. L’acqua è oggi sempre più un bene prezioso, talvolta anche al centro di guerre per il possesso o il controllo delle fonti da cui essa sgorga. Chi ha sete, dunque, ha spesso sete per il proprio corpo, come accade nelle regioni più povere della terra, quelle del Sahel, ma anche per la propria anima. L’acqua è figura della grazia divina, ed è segno di gratuità. Essa scende come un dono dal cielo su tutti gli uomini perché il Signore "fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti" (Mt 5,45), al  contrario di ogni umana aspettativa. Nell'incontro presso il pozzo di Giacobbe, Gesù rivela alla samaritana che egli stesso è l'acqua della vita e promette un'acqua che "zampilla per la vita eterna" (Gv 4,14). Chi beve di questa acqua diventa a sua volta sorgente per gli altri.

Dar da bere agli assetati è un’opera di misericordia richiesta da Gesù ai suoi discepoli (Cfr. Mc 9,41), che deve compiersi non solo fisicamente, ma anche spiritualmente: verso tutti coloro che hanno bisogno di colmare la sete del corpo, e tutti coloro che sono “assetati” d’amore, negli ospedali, nelle case di riposo per anziani, nelle famiglie con ragazzi disabili o provate da particolari esperienze di malattia e sofferenza. Cristo insegna a farsi pane ed acqua per sfamare e dissetare ogni essere umano. Nasce così la Chiesa, secondo l' immagine usata da Papa San Giovanni XXIII: "La chiesa è come la vecchia fontana del villaggio, che disseta le varie generazioni. Noi cambiamo, la fontana resta". E disseta tutti.

“O fonte di vita, vena d’acqua viva, quando verrò dalla terra deserta senza strade e senz’acque, alle acque della tua dolcezza, per […] saziare la mia sete con le acque della tua misericordia?” Sant’Agostino

Il video illustra un progetto in Burkina Faso finanziato dalla Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, affidata a Cor Unum. E' stato collocato nel Padiglione della Santa Sede a Expo Milano.

 

Gennaio - Dare da mangiare agli affamati

“Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25, 35)

Oggi nel mondo si contano circa 975 milioni di affamati, cioè coloro che non mangiano o non mangiano a sufficienza. Si trovano in ogni angolo del pianeta, spesso vicino a chi mangia troppo. Il mondo continua ad avere fame. Oltre al pane materiale, spesso manca anche il pane spirituale: persone che forse hanno risolto i problemi economici della vita, ma non quelli relazionali, affettivi, psicologici, di senso, di solitudine, di abbandono, di separatezza, di inferiorità. Per tutti, Cristo dice di sé: “Io sono il pane della vita”.

«La fame oggi ha assunto le dimensioni di un vero “scandalo” che minaccia la vita e la dignità di tante persone – uomini, donne, bambini e anziani −. Ogni giorno dobbiamo confrontarci con questa ingiustizia, mi permetto di più, con questo peccato: in un mondo ricco di risorse alimentari, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere; e questo non solo nei Paesi poveri, ma sempre più anche nelle società ricche e sviluppate… È Gesù stesso che ci invita a fare spazio nel nostro cuore all’urgenza di «dare da mangiare agli affamati», e la Chiesa ne ha fatto una delle opere di misericordia corporale. Condividere ciò che abbiamo con coloro che non hanno i mezzi per soddisfare un bisogno così primario, ci educa a quella carità che è un dono traboccante di passione per la vita dei poveri che il Signore ci fa incontrare». Papa Francesco, Udienza ai partecipanti all’Incontro promosso dalla Fondazione Banco Alimentare, 3 ottobre 2015

Se non puoi sfamare 100 persone allora sfamane solo una”  Beata Teresa di Calcutta

Il video illustra un progetto del Banco de Alimentos Diakonia, in Ecuador finanziato dalla Fondazione Populorum Progressio, affidata a Cor Unum. E' stato collocato nel Padiglione della Santa Sede a Expo Milano.